“A Mariuccia”, la tenera dedica di Giani Stuparich su un libro di Virgilio Giotti.

Spesso, spulciando tra i libri usati, ci si imbatte in qualche esemplare che porta con sé una dedica a una persona cara.

Come diceva Troisi nel “Il Postino”, una dedica rende quella copia del libro un esemplare unico. E quando la tieni in mano, capisci che ha avuto una sua storia, a volte distante da quella ufficiale, che va semplicemente dall’autore al lettore.

Recentemente, con l’acquisto di un libretto di poesie dello scrittore triestino Virgilio Giotti, ho trovato una copia che recava una bella e significativa dedica.
Caprizzi, Canzonette e Stòrie (Edizioni di Solaria, Firenze, 1928), splendida raccolta di poesie, riportava una dedica non di Giotti ma di Giani Stuparich, altro scrittore triestino, a una sua cara amica.

Copertina del libro di poesie di Virgilio Giotti "Caprizzi canzonete e stòrie". Prima edizione, luglio 1928. Tiratura 350 esemplari.

Copertina del libro di poesie di Virgilio Giotti “Caprizzi canzonete e stòrie”. Prima edizione, luglio 1928. Tiratura 350 esemplari.

La dedica recita così:

A Mariuccia
nel giorno del suo compleanno
per consuetudine d’amicizia e per quell’affetto
che resta sempre vivo, mentre gli anni
passano.
Gianni Stuparich
Trieste ott. 1928

Dedica di Giani (Giovanni) Stuparich a Maria Prebil.

Dedica di Giani (Giovanni) Stuparich a Maria Prebil.

Essendo l’autore della dedica un personaggio noto, il voler sapere chi fosse questa Mariuccia a cui Stuparich aveva regalato il libro con un dedica così personale è diventato un interrogativo molto interessante.

È chiaro, dalla parole utilizzate da Stuparich, che i due avessero un rapporto duraturo nel tempo e che non fosse una persona estranea al suo giro di affetti.

Chiedendo aiuto a Simone Volpato, titolare della bellissima Libreria Antiquaria Drogheria 28, che si è prodigato con il sottoscritto nella ricerca della soluzione a questo piccolo mistero, siamo giunti all’ipotesi più attendibile su chi fosse questa signora.

Dobbiamo però fare una salto indietro nel tempo, a qualche anno prima del 1928, anno della dedica.

Siamo nel 1908, a Trieste, e proprio in quell’anno il governo austriaco promuove una legge che permette alle ragazze che frequentano il ginnasio assieme ai maschi di potersi iscrivere all’Università. L’unica ragazza in città a farlo è Maria Prebil, di origine boema.
È lei a ispirare a Stuparich il personaggio di Edda Marty nel romanzo Un anno di scuola. Quella Edda che “camminava leggera nel mondo”, quella Edda che quando arrivò “tutti s’innamorarono di lei. Ognuno a modo suo.”

Nella vita reale e non letteraria, Maria fu nel 1909-1910 compagna di classe di Stuparich, ovviamente, ma anche di Umberto Nordio e Ruggero Timeus, con i quali sostenne e superò l’esame finale per entrare all’Università.

Ma Maria fu, soprattutto, l’amore giovanile di Giani. Un amore che non dimenticò mai e che quasi vent’anni divenne solo più discreto con questa bellissima dedica sul libro di Virgilio Giotti.
Negli anni a venire, Maria divenne una stimatissima pediatra, lavorando tra Vienna e Milano.
Purtroppo, di lei non si trovano documenti fotografici online, solo una voce nell’annuario del Ginnasio Superiore Comunale “Dante Alighieri” di Trieste pubblicato per il primo cinquantenario dell’istituto.  A pagina 112 e 113 infatti, tra gli alunni dell’anno 1909-1910 ecco il suo nome: “Prebil Maria da Trieste, studentessa di medicina a Vienna.”

Un’ultima curiosità: Nel 1977 la RAI trasmise la miniserie televisiva tratta dal romanzo di Stuparich spostando la storia di Maria/Edda qualche anno più avanti, nel 1913/1914 in modo che la cena di maturità della classe coincidesse con la notizia dell’assassinio dell’Arciduca Ferdinando d’Asburgo-Este a Sarajevo.

Pagina interna del volume "Caprizzi canzonete e stòrie" di Virgilio Giotti. Ed. Solaria, 1928.

Pagina interna del volume “Caprizzi canzonete e stòrie” di Virgilio Giotti. Ed. Solaria, 1928.

Per quanto riguarda i dettagli editoriali, sappiamo che la prima edizione di questo libro ha avuto una prima tiratura di 300 copie, numerate dall’1 al 300, e di una seconda tiratura di 50 fuori serie e fuori commercio, riservate al servizio stampa (come la presente).

Indicazioni della tiratura della prima edizione "Caprizzi canzonete e stòrie" di Virgilio Giotti.

Indicazioni della tiratura della prima edizione “Caprizzi canzonete e stòrie” di Virgilio Giotti.

Copertina dorso del libro di poesie di Virgilio Giotti "Caprizzi canzonete e stòrie". Prima edizione, luglio 1928.

Copertina dorso del libro di poesie di Virgilio Giotti “Caprizzi canzonete e stòrie”. Prima edizione, luglio 1928.

 

 


L’incipit:

«Dei purziteri
ne le vetrine,
xe verduline
le ulive za;»
(Virgilio Giotti)

Anno di pubblicazione: 1928
Casa editrice: Solaria
Prezzo originale: sconosciuto
Pagine: 100


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A 60 anni dalla scomparsa di Umberto Saba

Il 25 agosto di sessanta anni fa ci lasciava uno dei più grandi poeti italiani: Umberto Saba.

Operò tra gli uomini poeta” riporta una targa nella strada dove, ancora oggi, c’è la sua piccola biblioteca antiquaria.

Questo post è un piccolissimo omaggio all’immensità di Saba come poeta, romanziere, librario, marito, padre, uomo e tanto, tanto altro ancora.

A Trieste, nell’ormai lontano 2003, venne allestita una mostra molto bella, poi integralmente riportata nel web che potete trovare cliccando qui. Il sito è una fantastica miniera di informazioni con bellissime e rare fotografie sul grande poeta triestino.

Qui sotto vi lasciamo la poesia “Avevo” scritta nel 1944, uno degli anni più critici del Novecento. Saba, in quegli anni, era costretto a vivere un umiliante esodo semiclandestino a causa delle sue origini ebraiche. In questa poesia ritroviamo gli affetti più cari del poeta: la moglie, la figlia, la sua città natale, la sua bottega antiquaria e sua madre.

Buona lettura!

Rara edizione della "Storia e cronistoria del Canzoniere" di Umberto Saba numerata e autografata.

Rara edizione della “Storia e cronistoria del Canzoniere” di Umberto Saba numerata e autografata.

Avevo

Da una burrasca ignobile approdato
a questa casa ospitale, m’affaccio
– liberamente alfine – alla finestra.
Guardo nel cielo nuvole passare,
biancheggiare lo spicchio della luna,
Palazzo Pitti di fronte. E mi volgo
vane antiche domande: Perché, madre,
m’hai messo al mondo? Che ci faccio adesso
che sono vecchio, che tutto s’innova,
che il passato è macerie, che alla prova
impari mi trovai di spaventose
vicende? Viene meno anche la fede
nella morte, che tutto essa risolva.

Avevo il mondo per me; avevo luoghi
del mondo dove mi salvavo. Tanta
luce in quelli ho veduto che, a momenti,
ero una luce io stesso. Ricordi,
tu dei miei giovani amici il più caro,
tu quasi un figlio per me, che non pure
so dove sei, né se più sei, che a volte
prigioniero ti penso nella terra
squallida, in mano al nemico? Vergogna
mi prende allora di quel poco cibo,
dell’ospitale provvisorio tetto.
Tutto mi portò via il fascista abbietto
ed il tedesco lurco.

Avevo una famiglia, una compagna;
la buona, la meravigliosa Lina.
È viva ancora, ma al riposo inclina
più che i suoi anni impongano. Ed un’ansia
pietà mi prende di vederla ancora,
in non sue case affaccendata, il fuoco
alimentare a scarse legna. D’altri
tempi al ricordo doloroso il cuore
si stringe, come ad un rimorso, in petto.
Tutto mi portò via il fascista abbietto
ed il tedesco lurco.

Avevo una bambina, oggi una donna.
Di me vedevo in lei la miglior parte.
Tempo funesto anche trovava l’arte
di staccarla da me, che la radice
vede in me dei suoi mali, né più l’occhio
mi volge, azzurro, con l’usato affetto.
Tutto mi portò via il fascista abbietto
ed il tedesco lurco.

Avevo una città bella tra i monti
rocciosi e il mare luminoso. Mia
perché vi nacqui, più che d’altri mia
che la scoprivo fanciullo, ed adulto
per sempre a Italia la sposai col canto

Vivere si doveva. Ed io per tanto
scelsi fra i mali il più degno: fu il piccolo
d’antichi libri raro negozietto
Tutto mi portò via il fascista inetto
ed il tedesco lurco.

Avevo un cimitero ove mia madre
riposa, e i vecchi di mia madre. Bello
come un giardino; e quante volte in quello
mi rifugiavo col pensiero! Oscuri
esigli e lunghi, atre’ vicende, dubbio
quel giardino mi mostrano e quel letto.
Tutto mi portò via il fascista abbietto
– anche la tomba – ed il tedesco lurco.

Umberto Saba

Prime edizioni di "Trieste e una donna" e "Il piccolo Berto". In primo piano: ricevuta postale scritta a mano di Umberto Saba.

Prime edizioni di “Trieste e una donna” e “Il piccolo Berto”. In primo piano: ricevuta postale scritta a mano di Umberto Saba.

 

 


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